Arte o artigianato?
È una domanda che spesso ci si pone quando ci si trova di fronte ai lavori di bravi artigiani.
Un bravo falegname, un bravo sarto, un bravo calzolaio o un bravo ceramista possono creare lavori di bellezza così elevata da farci gridare all’opera d’arte.
Ma arte è una parola importante, impegnativa.
Non la si può pronunciare a cuor leggero.
Quand’è quindi che si può parlare di vera arte?
Quando l’artigiano mette passione in quello che fa? Sì, ma non basta.
Quando l’artigiano mette la propria anima nei suoi lavori? Sì, ma non basta
Quando l’artigiano sa usare magistralmente tecniche difficili e tramandate per decenni, o addirittura secoli? Sì, ma ancora una volta non basta.
Per me l’artigianato si eleva ad arte quando l’artigiano mette in gioco qualcosa di più delle tecniche tramandategli.
È arte quando egli continua incessantemente a studiare criticamente il suo lavoro, apprendendo dalle opere dei grandi maestri del passato, e quando rielabora quello che già sa fare per creare qualcosa di assolutamente unico.
Una parola: il pensiero
Tutto questo è riconducibile a un’unica parola: il pensiero.
È il pensiero che rende diversa l’arte dall’artigianato.
Un artigiano, per quanto sia bravo, per quanto abbia le mani d’oro, è poco più che un mero esecutore di una o più tecniche imparate in tani anni di lavoro.
E non sto certo denigrando il lavoro degli artigiani! L’artigianato è da sempre il fulcro delle civiltà.
Ma un artista fa un lavoro differente; più cerebrale, più intellettuale.
Se chiedete a Ulderico Pinfildi che lavoro fa, lui vi risponderà:
Sono un artigiano. Faccio pupazzi
Ma fatevi un favore: andate a visitare la sua bottega con esplora Napoli, e capirete quanto torto abbia.


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